“Trovai una squadra di viziati”, “Ibra vergognati”: Mourinho, i retroscena di tutta la carriera

admin
By
16 Min Read

José Mourinho non è mai stato soltanto un allenatore. È stato un personaggio, un provocatore, un leader capace di costruire con i suoi giocatori un rapporto fondato sulla fiducia, sulla sfida e, spesso, sulla provocazione. Il documentario Netflix dedicato alla sua carriera permette di entrare dietro le quinte della sua storia, riportando alla luce episodi, confessioni e momenti che raccontano un tecnico ancora più personale rispetto a quello visto. Il viaggio parte da Setúbal, dalla casa sul mare nella quale conserva i trofei più importanti e alcuni cimeli dal valore inestimabile, come gli scarpini di Diego Armando Maradona e la prima maglia di Cristiano Ronaldo allo Sporting. È da quel luogo che lo Special One ripercorre una carriera nata in salita (che ora lo ha portato sulla panchina del Real Madrid), quando per diventare allenatore sembrava quasi indispensabile essere stato un grande calciatore. “Non si fa un documentario su chi non vince”

Mourinho non aveva intenzione di lasciarsi fermare dalle convenzioni. La sua ambizione era già chiarissima: “A quel tempo gli allenatori erano stati prima dei grandi campioni in campo e per questo entrare in quel club così chiuso e controllato è stato difficilissimo.

Ma io volevo fare la storia e nessuno mi avrebbe ostacolato”. Una convinzione che si ritrova anche nel modo in cui Lo Special On guarda alla propria carriera e al rapporto con la vittoria: “Non si fa un documentario su un allenatore che non ha vinto niente. Io sono nato nel calcio, lo vivo ogni giorno della mia vita e senza di esso mi sentirei incompleto.

Cosa si prova a vincere? Per me è normale, vinco da una vita”. L’Inter e quella promessa a Moratti

Tra le pagine più importanti del racconto c’è inevitabilmente l’esperienza all’Inter. Massimo Moratti rimase immediatamente colpito dalla capacità di Mourinho di entrare in sintonia con l’ambiente nerazzurro e con il pubblico. Una caratteristica che spinse il presidente a puntare con decisione sul portoghese: “Ero rimasto impressionato dall’amore del pubblico verso Mourinho e decisi che lo dovevo prendere assolutamente perché è un fenomeno”.

Il primo anno portò subito Supercoppa Italiana e Scudetto, ma Mourinho aveva un obiettivo ancora più ambizioso: riportare l’Inter sul tetto d’Europa. Per farlo serviva una squadra diversa, più adatta alla sua idea di calcio e soprattutto alla battaglia contro le grandi d’Europa. La partenza di Zlatan Ibrahimovic (che portò i nerazzurro Eto’o ndr) fu uno dei momenti chiave della costruzione di quella squadra. Javier Zanetti ricorda una promessa che Mourinho fece direttamente a Moratti: “José va da Moratti e gli dice: ‘se prendiamo cinque giocatori, vinciamo la Champions”.

Il presidente decise di assecondare il tecnico e di garantirgli le condizioni necessarie per costruire la squadra che aveva in mente: “Volevo farlo sentire al sicuro e protetto e così lo accontentai”. Quella scelta avrebbe cambiato per sempre la storia recente dell’Inter. Chelsea e Barcellona: la Champions vissuta come una guerra

Nel percorso verso la finale di Madrid, Mourinho affrontò il Chelsea, il club nel quale aveva costruito una parte fondamentale della propria reputazione.

Ma per il portoghese quella sfida aveva un significato personale, soprattutto per la presenza di Roman Abramovich: “Giocavo contro Abramovich, non contro i ragazzi del Chelsea. Era una sfida tra me e lui. So quanto amasse il Chelsea e per questo volevo vendicarmi. Il calcio appartiene a persone come me, gli altri sono solo degli intrusi. Il calcio è dei giocatori, degli allenatori e dei tifosi e apparterrà per sempre a noi”. Poi arrivò il Barcellona di Pep Guardiola, il grande rivale dell’Inter e il simbolo di un calcio apparentemente imbattibile.

La semifinale del Camp Nou diventò una prova di resistenza estrema, soprattutto dopo l’espulsione di Thiago Motta. Mourinho racconta di aver trasformato quella partita in una vera battaglia mentale: “Gli ho detto che non si trattava di una partita ma di resistere ad una guerra, ad un assedio”. L’Inter riuscì a resistere e a conquistare la finale. Per Mourinho, quella notte rappresentò qualcosa di molto più grande di una semplice qualificazione: “Il calcio è tribale. Si soffre e si dà tutto. E noi lo facemmo fino alla fine. Fu una partita bellissima, un momento epico, magico”. Già nel confronto con Guardiola e Ibrahimovic, però, Mourinho aveva fatto emergere tutta la propria personalità: “Vincere così, in superiorità numerica, è facile.

Ma non vincerete”. L’addio all’Inter deciso prima della finale

La notte del 22 maggio 2010, mentre l’Inter si preparava a giocare la finale di Champions League contro il Bayern Monaco, Mourinho aveva già preso una decisione sul proprio futuro. Il tecnico aveva scelto il Real Madrid e non voleva permettere che l’emozione della finale cambiasse i suoi programmi: “Avevo già deciso di andare via. Volevo vincere in paesi diversi e volevo andarmene perché volevo il Real Madrid. All’Inter ho trovato amore, rispetto, una squadra disposta a seguirmi ovunque.

Ma il mio desiderio è stato più forte”. I Blancos, temendo un ripensamento, provarono persino ad anticipare la firma: “Mi chiesero di firmare il contratto la notte prima della finale ma rifiutai per rispetto” . Poi arrivò la vittoria contro il Bayern, il Triplete e il momento più alto della storia recente dell’Inter. Ma anche in quella notte il portoghese sapeva che il suo percorso a Milano era terminato.

Scelse infatti di non tornare a Milano insieme alla squadra: “Sono scappato dalle mie emozioni, se fossi salito su quell’aereo sarei rimasto nerazzurro e non volevo perché avevo deciso. Il lavoro all’Inter era finito”.

I problemi al suo arrivo al Real Madrid

Dopo il Triplete con l’Inter, Mourinho scelse di cambiare nuovamente scenario, passando al Real Madrid, una società nella quale avrebbe dovuto affrontare una sfida completamente diversa. Il portoghese racconta di aver trovato un ambiente nel quale, secondo la sua analisi, il problema non fosse la qualità dei giocatori, ma la mentalità: ” Quando sono arrivato al Real Madrid nel 2010, ho capito subito che era una squadra di viziati. Il club era in difficoltà, negli ultimi 8 anni non aveva mai raggiunto i quarti di Champions e in campionato dominava il Barcellona.

La nostra missione era semplice: distruggere il loro dominio. Avevamo una squadra fortissima: CR7, Benzema, Kakà, Casillas… erano tutti giocatori di qualità, ma la mentalità era sbagliata. La prima volta che ho parlato con Casillas mi ha detto: “Devo chiederti più giorni di vacanza per i giocatori della nazionale spagnola”. La seconda volta: “Possiamo spostare l’allenamento di 1 ora?

In quel momento della giornata c’è troppo traffico a Madrid”. La terza: “Non ci piace andare in Hotel, preferiamo ritrovarci direttamente allo stadio per la partita”. Quando sono arrivato il Real era ‘El senor yo’ del calcio. Era una squadra di gentleman basata sul fair play… ma era un’interpretazione sbagliata.

Per me “Senor yo” non significa accettare il proprio destino, vuol dire andare in battaglia per la propria maglia. Da lì è iniziata una nuova era, non potevamo più essere quelli buoni e gentili, dovevamo diventare cattivi. Alla fine della seconda stagione abbiamo vinto la Liga e la Coppa del Re in finale proprio contro di loro (Barcellona). Lì ho pensato: ‘Ce l’abbiamo fatta, li abbiamo distrutti'”. “Rendo più forti i giocatori forti, ma per i mediocri non c’è storia”

Il lavoro al Real è una fotografia perfetta del Mourinho di quegli anni: arrivare in un ambiente prestigioso, individuare quello che si considera il problema principale e provare a cambiarne radicalmente la mentalità.

Non sorprende, quindi, un’altra frase che sintetizza perfettamente la sua filosofia nei confronti dei calciatori: “Rendo più forti i giocatori forti, ma per i mediocri non c’è storia” . Per Mourinho il talento, da solo, non è sufficiente.

Il compito dell’allenatore è portare i giocatori di alto livello a un rendimento ancora superiore, ma serve anche una disponibilità totale al lavoro e alla competizione. Cosa che a Madrid ha trovato.

Ibrahimovic e l’arte di entrare nella testa dei giocatori

Tra gli episodi più curiosi raccontati nel documentario c’è quello legato a Zlatan Ibrahimovic. Lo svedese ricorda una partita contro l’Atalanta, terminata 2-2, disputata alla vigilia della consegna del premio come miglior giocatore italiano. All’intervallo Mourinho decise di utilizzare una delle sue armi preferite: la provocazione. Anziché incoraggiare lo svedese, attaccò direttamente il suo orgoglio: “Ricordo una partita con l’Atalanta, eravamo sul 2-2. Il giorno dopo avrei dovuto ricevere il premio come miglior giocatore italiano.

José nell’intervallo mi disse: “Quando ritirerai quel premio dovrai vergognarti, dovresti dire a tua madre che non lo meriti. Per come hai giocato nel primo tempo dovresti provare solo vergogna”.

Io rimasi a bocca aperta e nel secondo tempo tornai in campo con una rabbia agonistica impressionante. Pensavo: “Ora faccio vedere a questo stronzo chi sono”. Mi fece cambiare approccio mentale.

Lui è il numero uno per come ti entra in testa. Lo rispetto perché sapeva come stimolarmi”. L’episodio spiega bene uno degli aspetti più particolari del metodo Mourinho. La tattica era soltanto una parte del lavoro: altrettanto importante era comprendere la personalità dei propri uomini e trovare il modo giusto per motivarli. Con Ibrahimovic, la chiave era l’orgoglio. E Mourinho lo aveva capito perfettamente. Roma, la Conference League e un significato diverso della vittoria

A Roma Mourinho ha invece trovato una dimensione ancora differente. La squadra non aveva le risorse del Real Madrid o dell’Inter del Triplete e competere per la Champions League non era un obiettivo realistico.

Ma proprio per questo la Conference League del 2022 assume, nel racconto dello Special One, un valore particolare. Mourinho paragona quell’impresa a quella realizzata agli inizi della carriera con il Porto e sottolinea soprattutto il legame costruito con la città: “Quello che ho fatto al Porto a inizio carriera l’ho rifatto alla Roma tre anni fa.

Sapevo che lì non avrei mai potuto vincere la Champions ma mi sono sentito amato profondamente e la vittoria della Conference è stato un piccolo miracolo. Piccolo, certo, perché i grandi li fa solo Gesù Cristo. Nel mio lavoro gli obiettivi sono legati al potenziale e quegli obiettivi io li raggiungo. La mia carriera mi ha regalato il diritto alla felicità e a Roma sono stato felice”. José Mourinho non è mai stato soltanto un allenatore. È stato un personaggio, un provocatore, un leader capace di costruire con i suoi giocatori un rapporto fondato sulla fiducia, sulla sfida e, spesso, sulla provocazione.

Il documentario Netflix dedicato alla sua carriera permette di entrare dietro le quinte della sua storia, riportando alla luce episodi, confessioni e momenti che raccontano un tecnico ancora più personale rispetto a quello visto. Il viaggio parte da Setúbal, dalla casa sul mare nella quale conserva i trofei più importanti e alcuni cimeli dal valore inestimabile, come gli scarpini di Diego Armando Maradona e la prima maglia di Cristiano Ronaldo allo Sporting. È da quel luogo che lo Special One ripercorre una carriera nata in salita (che ora lo ha portato sulla panchina del Real Madrid), quando per diventare allenatore sembrava quasi indispensabile essere stato un grande calciatore. “Non si fa un documentario su chi non vince”

Mourinho non aveva intenzione di lasciarsi fermare dalle convenzioni. La sua ambizione era già chiarissima: “A quel tempo gli allenatori erano stati prima dei grandi campioni in campo e per questo entrare in quel club così chiuso e controllato è stato difficilissimo. Ma io volevo fare la storia e nessuno mi avrebbe ostacolato”. Una convinzione che si ritrova anche nel modo in cui Lo Special On guarda alla propria carriera e al rapporto con la vittoria: “Non si fa un documentario su un allenatore che non ha vinto niente.

Io sono nato nel calcio, lo vivo ogni giorno della mia vita e senza di esso mi sentirei incompleto. Cosa si prova a vincere? Per me è normale, vinco da una vita”. L’Inter e quella promessa a Moratti

Tra le pagine più importanti del racconto c’è inevitabilmente l’esperienza all’Inter. Massimo Moratti rimase immediatamente colpito dalla capacità di Mourinho di entrare in sintonia con l’ambiente nerazzurro e con il pubblico. Una caratteristica che spinse il presidente a puntare con decisione sul portoghese: “Ero rimasto impressionato dall’amore del pubblico verso Mourinho e decisi che lo dovevo prendere assolutamente perché è un fenomeno”. Il primo anno portò subito Supercoppa Italiana e Scudetto, ma Mourinho aveva un obiettivo ancora più ambizioso: riportare l’Inter sul tetto d’Europa.

Per farlo serviva una squadra diversa, più adatta alla sua idea di calcio e soprattutto alla battaglia contro le grandi d’Europa. La partenza di Zlatan Ibrahimovic (che portò i nerazzurro Eto’o ndr) fu uno dei momenti chiave della costruzione di quella squadra. Javier Zanetti ricorda una promessa che Mourinho fece direttamente a Moratti: “José va da Moratti e gli dice: ‘se prendiamo cinque giocatori, vinciamo la Champions”. Il presidente decise di assecondare il tecnico e di garantirgli le condizioni necessarie per costruire la squadra che aveva in mente: “Volevo farlo sentire al sicuro e protetto e così lo accontentai”. Quella scelta avrebbe cambiato per sempre la storia recente dell’Inter.

Share This Article
Leave a Comment

Leave a Reply